C’è chi attraversa Torino guardando i palazzi, chi le vetrine, chi il traffico. E poi c’è chi la osserva all’altezza di un guinzaglio. È anche per questo che i video di Doggodaiily sembrano così diversi dagli altri contenuti social nati in città: perché Torino, nei suoi reel, non fa da sfondo. Fa parte della scena.
Dietro il nome Doggodaiily c’è Navid Tarazi, creator e fotografo iraniano arrivato a Torino per studiare al Politecnico. Negli ultimi anni il suo volto è diventato familiare soprattutto tra chi vive davvero la città: persone fermate per strada con una domanda semplicissima — “Posso fare una foto al tuo cane?” — pronunciata ormai con una naturalezza che molti torinesi riconoscono al primo secondo.
Il punto interessante, però, non è soltanto il successo social. È il modo in cui Torino emerge nei suoi contenuti. Non la Torino da cartolina o da guida turistica, ma quella quotidiana dei marciapiedi, dei portici, dei giardini davanti al Politecnico, delle passeggiate in collina o delle soste veloci in piazza. Nei suoi video compaiono decine di cani, ma anche un certo modo torinese di stare nello spazio pubblico: lento, osservatore, spesso molto legato agli animali.
Guardando i suoi reel, si ha quasi la sensazione che la città diventi più morbida. I ritmi rallentano, le persone si fermano a raccontare qualcosa del proprio cane, e per qualche secondo sconosciuti assoluti sembrano conoscersi da sempre. In una Torino spesso descritta come riservata, Doggodaiily ha costruito un format basato esattamente sul contrario: l’interazione spontanea.
Forse è anche questo che rende il progetto contemporaneo senza sembrare costruito. Non ci sono scenografie elaborate, né il bisogno continuo di stupire. C’è una videocamera, una pallina per attirare l’attenzione dei cani, qualche domanda semplice e la città sullo sfondo. Basta poco, ma quel poco funziona perché appare autentico.
Negli ultimi tempi il progetto è cresciuto molto, uscendo dai confini torinesi e attirando milioni di visualizzazioni. Eppure Torino continua a restare il luogo dove tutto è diventato riconoscibile. Le sue strade, i suoi cani, i suoi incontri casuali. Come se la città, attraverso quei video, avesse trovato un modo nuovo di raccontarsi: meno monumentale, più umano.



